Fatemi capire: essere “veri” milanisti significa essere contenti per un colpo fortunato di “mister 8 milioni all’anno” che risolve la difficile sfida interna contro il Crotone? Significa apprezzare il suo gesto dello “sciacquatevi la bocca” dopo aver fatto un gol che nemmeno si è accorto di segnare? Significa elogiarlo per una partita in cui vince un rimpallo da tre punti nell’area avversaria e pochi minuti dopo “buca” l’ennesimo intervento nella sua area costringendo Donnarumma al solito miracolo? Oppure significa bersi per tutto il mese di gennaio le solite tiritere di mercato dopo l’epocale fallimento della campagna acquisti estiva? Significa esultare per altri undici accquisti con l’obiettivo non più di vincere lo scudetto o andare in Champions, ma entrare nella prestigiosa Europa League? Essere “veri” milanisti significa credere ancora che il Milan è stato comprato dai cinesi più ricchi del mondo? Significa dire per forza che Fassone e Mirabelli sono bravi e limpidi, mentre chi li ha preceduti era incapace e imbroglione? Significa essere felici dell’undicesimo posto in classifica, delle otto sconfitte e dei 27 gol subiti? Significa prendersela per forza con Montella che peraltro un anno fa aveva fatto bene con una rosa nettamente meno dotata e soprattutto meno cara? Essere “veri” milanisti significa credere alle favole che ci raccontano da anni? Essere milanisti significa mandare il cervello all’ammasso? No mi spiace, non ci credo, non ci voglio credere. Rispetto il parere e le posizioni di tutti e non mi permetterei mai di dare stupide patenti di “tifoso” o “non tifoso”. Ma pretendo lo stesso rispetto.

Sono milanista dalla nascita, non mi perdevo una cronaca su Radio Panda del mio grande amico Carlo e piangevo di gioia quando gli sentivo descrivere in Belgio il gol di Pietro Paolo, il “predatore delle palle perdute”. Piangevo di disperazione quindici giorni dopo quando volavano dai popolari le arance all’indirizzo di Farina dopo il gol di Mutombo e venivamo eliminati dalla Coppa Uefa. Era la prima partita che mi portava a vedere papà a San Siro. Poi gli anni della tessera al secondo rosso con lui e dopo ancora in Curva con gli amici. Mi ricordo ancora le lacrime mentre il Capitano faceva l’ultimo giro di campo. Poi ho avuto la fortuna di iniziare a seguire il calcio per lavoro. Mi sembrava di sognare quando a vent’anni mi mandarono a intervistare Giorgione e compagni di ritorno da Perugia dopo lo scudetto di Zac.

Nella mia gavetta ho seguito Brescia, Parma, Piacenza e poi la Juventus. Commentavo le partite e facevo le interviste. Era il mio lavoro. Quante volte finivo le conferenze al Delle Alpi e poi correvo a San Siro per raggiungere in Curva i miei amici per il posticipo. Al derby della rimonta arrivai sullo 0-2… Poi ho avuto la fortuna di coronare il mio sogno di bambino e di fare quello che sentivo fare al mio amico Carlo: ho iniziato a fare le telecronache del “mio” Milan. Al primo anno Champions League ad Atene e Mondiale a Yokohama. Più di così… Poi lo scudetto di Ibra, il gol di Muntari, la vicenda Tevez-Barbara-Pato e l’inizio del declino.

Ma il Milan è una fede, non si abbandona mai. E si ama sempre. L’amore non si compra e non si vende, non ha contratti, non ha interessi, non ha convenienze. E ognuno ama come vuole. L’amore a pagamento non è amore. Si chiama in altri modi. Nessuno farà mai tramontare il mio amore per il Milan, tantomeno le minacce o gli insulti di un branco di incivili. Nessuno lo potrà comprare o vendere. Ma nessuno mi potrà mai obbligare a chiudere gli occhi quando vedo nitidamente quello che sta succedendo al mio Milan. Aspetto pazientemente. Purtroppo questa è la storia ciclica della squadra che amo. Sempre Forza Milan!