E’ buffo notare come dopo ogni vittoria di questo Milan si parli puntualmente di rinascite, risurrezioni e quant’altro. I numeri dicono che il Milan, in campionato, non sa vincere due partite consecutive. Il problema è essenzialmente quello. Non tanto strapazzare il Crotone, quanto vincere quella dopo. Già, perché i vari “il Milan è tornato”, “questo è il vero Milan” e titoloni di ogni sorta c’erano anche nei post di Chievo-Milan 1-4, Sassuolo-Milan 0-2, Milan-Bologna 2-1. Eppure, ben sapete, la solfa poi non è mica cambiata. Il fatto è che quest’anno ci hanno abituato maluccio. Dopo settembre la media vittorie è meno di una ogni quattro giornate, robe non proprio da fenomeni. E il problema è che mezzo campionato è già bello che andato.

LIVELLO 1 SUPERATO

Detto questo, non è tutto rose e fiori, evidentemente, ma neppure sassi e fango (per rendere l’idea). E’ chiaro che sabato qualcosa sia andato parecchio meglio del solito. Posto che si sfidava il Crotone. Ad oggi retrocesso. Col peggiore attacco in Serie A. Il quale con le sette squadre che hanno più punti del Milan non aveva portato a casa neanche un misero punticino. Ma partite del genere servono anche questo: darti morale, creare identità, riprendere il ritmo. Missione riuscita.

IDENTITA’ TROVATA

Se c’è una cosa che va riconosciuta a Gattuso è l’aver dato un pizzico d’identità a questo gruppo. O, perlomeno, aver definito un undici titolare: l’unico punto interrogativo resta il centravanti. Perché se è vero che Cutrone ci mette cuore e anima, è altrettanto vero che in campionato il ragazzo non segna da agosto. E quindi è inevitabile che non possa esigere il posto fisso. L’altro, storico punto interrogativo, invece, si è trasformato in certezza: Hakan Calhanoglu. Con l’Inter era entrato alla grande, a Firenze aveva firmato il pari, sabato si è sciolto ufficialmente. Tre indizi, una prova: il buon turco non è poi malaccio. Intanto, dietro, Romagnoli e Bonucci iniziano a capirsi. E Leo addirittura segna, per quanto in maniera grottescamente involontaria. Gigio para e nessuno lo fischia più.

Insomma, qualcosa di buono c’è. Una base, finalmente solida, su cui fondare i prossimi, decisivi cinque mesi.