Il centrocampista ex Lazio, Cristian Ledesma, racconta com'è nata la sua breve, ma senza lieto fine, avventura al Milan, durante la tournée estiva del 2004 Certe occasioni capitano una volta sola nella vita e, quando capitano, bisogna saper sfruttare la fortuna avuta; a volte si riesce nel proprio intento, altre volte purtroppo no. Questa seconda opzione potrebbe riguardare la breve, e forse anche poco intensa, avventura tra Cristian Daniel Ledesma e il Milan. Sebbene nella carriera del centrocampista non compaia nessuna militanza nella squadra rossonera,  l'ex giocatore della Lazio vestì quei colori per un brevissimo lasso di tempo: precisamente per dieci giorni, il tempo di una tournée estiva. Correva l'anno 2004 e come accadeva alle maggiori squadre blasonate di Serie A, anche il Milan era solito aggregare in estate giocatori di altre squadre, per valutarli e capire se ci fosse la possibilità di acquistarli. Purtroppo per Ledesma, però, lo staff rossonero lo bocciò e la dirigenza non proseguì con il Lecce, sua squadra di appartenenza, i contatti. Il classe '82, poi esploso alla Lazio, ha voluto raccontare quella breve esperienza a Calcio 2000: «In quegli anni il Milan si affidava molto a questo tipo di soluzione. Aveva tanti calciatori in Nazionale, pertanto chiedevano a varie società di concederne alcuni in prestito per queste tournée, magari anche per conoscerli meglio. Ed è quello che accadde con me, anche se probabilmente non avrei dovuto accettare. Ammetto di essere stato un po' ingenuo». Incalzato sul curioso aneddoto per il quale non avrebbe dovuto neanche accettare quella torunée, l'argentino naturalizzato italiano ha risposto così: «Mia moglie era in attesa del nostro primo figlio che sarebbe poi nato ad agosto, e quegli impegni iniziarono subito dopo la fine del campionato. Diciamo che non era il momento migliore per partire. Forse sbagliai, ma il Milan era il Milan. Infatti ringrazio chi mi ha scelto, perché lavorare per circa dieci giorni con campioni del calibro di Costacurta, Maldini, Ambrosini, Redondo e Serginho significò molto per me. Indipendentemente dal poco tempo a disposizione». Un'ottima occasione per fare esperienza, non sfruttata appieno, ma che gli ha permesso comunque di saggiare con mano il palcoscenico dei campioni.
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