Bastava solo avere pazienza. Quanto è importante la pazienza nella vita. Ernesto Grillo da Buenos Aires, Argentina, veniva dall’Independiente, la squadra soprannominata Rey de Copas, che ha vinto tutto quello che c’era da vincere in patria più due Coppe Intercontinentali. Ancor prima, era cresciuto nel River Plate, all’epoca La Maquina: spettacolo, gol e vittorie, in un paese non toccato dal conflitto mondiale. Prima di approdare ad Avellaneda, il nostro inizia a tirar calci nel 1947 tra i “milionarios”, che in quell’anno vincono il loro quarto titolo in sette anni. Ernesto Grillo è una mezz’ala col vizio del gol, guizzante e di classe. Scomparso nel 1998, ha rappresentato nel cammino rossonero quella fase di transizione tra il Gre-No-Li e l’alba di un genio del calcio quale Gianni Rivera. Nell’estate del 1957, con lo scudetto sul petto e con il solo Liedholm reduce della triade nordica che è andata sciogliendosi, i rossoneri lo prelevano dall’Independiente dove aveva segnato novanta reti in centonovantadue partite.

È l’epoca in cui l’Italia inizia ad essere un Eldorado calcistico: arrivano nel belpaese anche Maschio, Angelillo e un certo Omar Sivori. Perché essere pazienti? Perché il primo anno in rossonero per Grillo non è una gran passerella. La mezz’ala si infortuna al menisco, in tempi in cui non c’è una chirurgia di fino a sistemarti e operarsi a un ginocchio non è certo routine. Grillo brucia le tappe: operato dal suocero di un altro bomber rossonero, Carlo Galli, guarda le coincidenze, in venti giorni è già pronto per giocare. Praticamente un Baresi edizione 1994 nel Mondiale statunitense. E fa di più: con sei gol in otto partite, è il miglior marcatore del Milan in una delle prime edizioni della Coppa dei Campioni alla quale la squadra rossonera prende parte. Di queste sei reti, una è dentro al palcoscenico della finale, a Bruxelles. Il Milan fa fuori Rapid Vienna, Rangers, Borussia Dortmund e Manchester United e ad attenderlo in Belgio c’è il Real Madrid. Ai supplementari, dopo che Ernesto ha recuperato il 2-1 pareggiando, arriva il terzo gol madridista di Gento che condanna alla sconfitta il Milan di Viani. Per vincere la prima delle sette sinfonie, occorrerà attendere Wembley ’63.

C’è una domenica che gli ormai preistorici tifosi rossoneri non si saranno mai dimenticati: è quella del 16 novembre 1958. Nella stagione successiva infatti il Milan torna alla carica per lo scudetto e Grillo è finalmente protagonista. In un rocambolesco Juventus-Milan, i rossoneri conducono 4-2 ma si fanno pareggiare a nove minuti dalla fine proprio da Sivori. Al novantesimo, Grillo, che aveva già segnato l’1-0 per i suoi, castiga definitivamente i bianconeri. Il Milan vincerà il quarto scudetto di quei favolosi anni Cinquanta, che segneranno il ritorno della squadra ai vertici dopo un lunghissimo digiuno.

La nostalgia per la sua Argentina però è sempre lì, in agguato. Non era un gran chiacchierone Ernesto, e a Milano ogni tanto se la spassava sommessamente solo con i suoi compatrioti Angelillo (all’Inter) e Cucchiaroni, suo compagno nel Milan, che viene da una città al confine col Paraguay ed è proprio quello che ha dato il nome agli Ultras della Sampdoria dove giocherà successivamente alla sua esperienza rossonera. Così, la moglie Norma convince Grillo a salutare l’Italia e a tornare in patria, al Boca Juniors, dopo 79 partite, diciannove reti e il grande rimpianto di non essere stato lui insieme a Liedholm, Danova, Schiaffino e il suo amico Cucchiaroni, il primo ad alzare una Coppa dei Campioni italiana.