Per questa storia di ex (che a dire il vero è più un’ode che un racconto) sarebbe potuto bastare il titolo. Quali parole trovare che non siano già state dette sul numero 10 più importante e bravo con il pallone tra i piedi della storia del Milan? Un ragazzino divenuto uomo e simbolo di un ventennio e anche più. Gianni Rivera, che si faceva rattoppare le magliette dalla mamma, che giocava al “Moccagatta” di Alessandria, che è stato intervistato dal grande Beppe Viola su un tram, nel suo ultimo Natale da giocatore del Milan. Gianni Rivera che era al fianco di Padre Pio nel portafoglio del nonno di Abatantuono, che incuriosito gli chiese “Chi sono questi due?”. Quello che faceva miracoli era ovviamente Gianni.

Fu portato dal padre a un osservatore dell’Alessandria che si chiamava Giuseppe Cornara e aveva fatto il calciatore ma anche il tennista. Nasce nel 1943 Gianni, il 18 agosto, lo stesso giorno (sì, proprio lo stesso giorno!) di Roberto Rosato. Toh, la faccia d’angelo che Rivera avrà sempre dietro a coprirgli le spalle e a scrivere un’epoca straordinaria di Coppe e Scudetti. Non ha ancora sedici anni quel ragazzino magro magro che esordisce il 2 giugno del 1959 e davanti ha già la rivale di sempre: l’Inter. Il filo che lo collega ai rossoneri, lo tesse Franco Pedroni, al tempo allenatore in seconda dei grigi, che lo propone al Milan per un provino. “Ma come, questo gracile peso piuma dovrebbe tornarci utile?” si sarebbero potuti chiedere i dirigenti del Milan. Se ne accorgeranno presto che poteva far loro molto comodo, sin da quando a quel provino esibisce tutto ciò che madre natura gli ha dato. Schiaffino, che stava per salutare Milano dopo sei anni ad alto livello, resto incantato a tal punto che fu sicuro di aver trovato il suo erede.

Gianni Rivera da Valle San Bartolomeo si infila la maglia del Milan in quel 1960, agli albori del favoloso decennio di prosperità e rivoluzione, per toglierla soltanto nel 1979 e passare il testimone a Franco Baresi, che aveva esordito nell’aprile del 1978. In realtà, non se la toglierà mai più dalla pelle e dal cuore. Vero milanista che incarnava lo spirito Casciavitt dell’epoca, Rivera disegna cose mai viste in campo e dimostra di essere un personaggio controcorrente che non segue la massa e si mette anche contro i poteri forti. Troveremo mai oggi dei giocatori così altruisti nei confronti della nostra maglia? Nel 1972 il Milan perde 2-1 a Cagliari e lui si fa squalificare quattro mesi per averne dette di tutti i colori alla classe arbitrale a suo dire in malafede: “Fino a quando a capo degli arbitri ci sarà il signor Campanati, per noi del Milan le cose andranno sempre così: saremo costantemente presi in giro. Questo non è più calcio. Mi dispiace per gli sportivi, credono ancora che il calcio sia una cosa seria”. Sinistre queste parole, se pensiamo a tanti recenti fatti di quest’epoca.

Rivera fuoriclasse e bandiera, Rivera scudiero di Rocco. Aveva il suo clan quando si riunivano all'”Assassino” e si dava giù di gomito, e Gianni era il suo figlioccio. Il 6 maggio del 1979, prima di Milan-Bologna, l’agognata stella sfuggita mille volte e non solo nella fatal Verona di sei anni prima, rischia di disperdersi nel vento un’altra volta: molti tifosi occupano la parte pericolante dell’attuale secondo anello rosso, facendo rischiare al Milan il rinvio della partita. Un tifoso entra in campo e a un centimetro dalla faccia gli urla “Ho viaggiato tanto per arrivare sin qui! Ti prego! Dovete giocare e vincere!”. Pani e pesci: la gente abbandona gli spalti e la partita può iniziare. Rivera, il Messia. Aveva semplicemente detto al microfono: “L’arbitro non farà iniziare la partita se voi non vi spostate. Rischiamo di averla persa a tavolino!”. Finirà 0-0 e le sarte del Milan finalmente cuciranno la stella. Una simbiosi straordinaria con la sua gente, di quelle che oggi sono pura fantascienza, con i giocatori nascosti dietro lugubri vetri oscurati e pressoché disinteressati verso un pubblico che li va a vedere.

Chi scrive ha avuto l’opportunità di ascoltarlo, Gianni. Pacato, rispettoso, ironico. Un uomo d’altri tempi. Ancora nel calcio, attento ai giovani, così appassionato da voler coinvolgere alcuni ex-colleghi per creare una scuola calcio ad ampio raggio. Come dirigente gli andò male, e forse per questo i rapporti con la dirigenza che venne dopo di lui, quella berlusconiana, sono stati un bel po’ freddini. D’altronde Gianni non è mai stato un uomo qualunque. Per questo è stato Gianni Rivera.