Una nota pubblicità intimava di toccare tutto, tranne l’orologio sponsorizzato. Ecco, nel caso di questo episodio di “Storie di un ex”, potremmo dire di toccare tutto, ma non il nostro Scorpione Bianco. Era questo l’appellativo che Carlo Pellegatti aveva donato a Jon Dahl Tomasson, danese, sbarcato a Milanello nel 2002 in una truppa di 18 fornitissima: Rui Costa, Shevcenko, Inzaghi e a breve anche un brasiliano di diciotto anni da San Paolo. Tutt’altro che comprimario però, il nostro. Alla pari degli altri, Tomasson è stato più che mai decisivo per le sorti di quel fortunato Milan che aprì un ciclo con un suo ex giocatore in panchina, Ancelotti, e propose un calcio d’attacco dopo il disastroso Mondiale del 2002 in Corea dove l’Italia uscì precocemente a causa di arbitri ecuadoregni e leggerezze clamorose.

Tomasson era arrivato dal Feyenoord con una Coppa Uefa in tasca, conquistata ai danni del Borussia Dortmund che a sua volta aveva eliminato il Milan in semifinale: giustiziere dei rossoneri dunque, ne diverrà parte integrante con umiltà, applicazione e tanti gol. Contro la Juventus, nel derby, addirittura in finale di Coppa Intercontinentale al Boca Juniors. E diciamola tutta su quel tocco di sinistro dentro la porta nell’aprile 2003 contro l’Ajax: sospinse dentro il gran lavoro fatto da Inzaghi e ancora oggi tremiamo all’idea che potesse essere fuorigioco, ma non lo fu, e Jon Dahl Tomasson non può essere ricordato solo per questo. Venuto dal freddo, ha scaldato i cuori con guizzi e movimenti che hanno aiutato tutta la squadra a dipanare al meglio ogni azione, in uno spartito fantastico recitato alla grande da interpreti che avevano addirittura scomodato il Milan sacchiano.

Nell’anno del tricolore ancelottiano mette insieme dodici reti, un bottino fondamentale per il diciottesimo titolo. Lascia nel 2005, dopo essere stato anch’egli inghiottito dalla notte di Istanbul (segnerà uno dei due rigori del Milan, freddo anche dentro un tale incubo), con molti rimpianti di chi scrive, perché un giocatore di questa applicazione passa una volta ogni trent’anni. Va allo Stoccarda, poi al Villarreal e di nuovo a casa, al Feyenoord, dove chiude la carriera con un altro bottino di reti: dovunque è stato non sono mai mancate, comprese ben cinquantadue marcature in centoquattro partite con la nazionale danese. È stato un parametro zero, di quelli gallianeschi e spesso contestati, ma stavolta ben riuscito e incastonato saldamente nella recente storia milanista.