Molti lo ricordano per il suo proverbiale “Incredibile amisci!” quando faceva da spalla al telecronista di turno per la vecchia Tele+ e doveva commentare una mirabolante azione o un gol da favola. José Altafini da Piracicaba, classe 1938, ricorreva spesso al suo “manuale del calcio” per poter spiegare nel dettaglio una regola calcistica: controllo palla, tiro, colpo di testa. Frutto di un lavoro sul campo, che lo ha portato a militare nel Milan dal 1958 al 1965, lui figlio di italiani emigrati in Brasile e di famiglia molto povera.

Esordisce in una squadra della sua città locale, e pare un predestinato: non tanto e non solo per il talento, quanto per una vaga somiglianza. Affisso ai muri della sede della squadra c’è una foto del Grande Torino, deceduto in toto nel tragico incidente di Superga del 1949. C’è un tizio che gli assomiglia, o meglio, è Altafini a somigliare a lui: si chiama Valentino Mazzola, e José da quel momento diverrà per tutti “Mazola” con una ‘z’ sola. In Italia arriva dopo i Mondiali svedesi in cui conquista il trofeo con il Brasile  seppur avesse davanti un muro invalicabile come Pelé in formazione, e col quale aveva già brillato nelle amichevoli prima del torneo disputate in Italia. E’ qui che i dirigenti del Milan gli mettono gli occhi addosso e lo acquistano per 135 milioni di lire. José Altafini esordisce in serie A, così come avevano fatto Schiaffino e Cesare Maldini, contro la Triestina, all’epoca ai vertici del calcio italiano.

Era un ottimo bomber che nella storia del Milan si attesterà ai primi posti della classifica cannonieri-all time: solo in A saranno ben 120 le segnature. Due le date da cerchiare in rosso: il 27 marzo del 1960 e il 12 novembre del 1961. In entrambi i casi “Mazzola” segna due quaterne non certo a due squadre da poco: nel primo caso abbatte l’Inter nel derby (5-3 il risultato finale) e nel secondo invece giustizia la Juventus in un 5-1 (altra marcatura di Dino Sani). Ma è in Europa che il nostro dà il meglio di sé: la cavalcata dell’annata ’62-’63 è marcata fortemente dal brasiliano: solo nel primo turno contro l’Us Luxembourg segna otto reti tra andata e ritorno. Lo stesso fa al Galatasaray nel quarti di finale: quattro reti, una nel 3-1 esterno, e ben tre nel 5-0 casalingo. Poi arriva Wembley, le sue torri e la sua tradizione già fortemente scolpita nel football dei “sixties”, quello di Best e Charlton allo United e di Shankly manager del Liverpool. Nella sacra Chiesa laica del pallone, Milan e Benfica scendono in campo per la finalissima: vanno in vantaggio i lusitani con Eusebio, e poi nella ripresa Altafini ribalta tutto. La lunga cavalcata verso Costa Pereira durante la seconda marcatura, resta nella storia della Coppa dei Campioni. Il portiere del Benfica respinge il primo tiro, ma Altafini è lesto a insaccare la ribattuta. Il Milan di Rocco, Pivatelli, Sani, Mora e naturalmente un certo Gianni Rivera, già leader, conquista la prima Coppa dei Campioni italiana della storia della manifestazione.

I rossoneri non riusciranno però a conquistare il mondo: a fine anno, l’arbitro Brozzi aiuterà palesemente il Santos a vincere l’Intercontientale e Gipo Viani definirà Altafini “coniglio bagnato” poiché refrattario ai contrasti e al gioco duro. E’ il primo sintomo di un divorzio che arriverà nella stagione 1964-65: ancora senza rinnovo del contratto, Altafini se ne scappa in Brasile dove rimane fin quasi a fine stagione, quando l’affaire rientra e lui viene re-integrato. “Ho un solo rammarico: essere considerato un mercenario perchè, primo tra tutti, avevo uno zio che era il mio procuratore. Oggi lo fanno tutti i calciatori, allora era quasi una colpa” dirà il brasiliano

Nella sua carriera ci sono altre maglie: prima il Napoli, dove resta ben sette anni e trascina gli azzurri al secondo posto in campionato, sino a quel momento miglior piazzamento della loro storia, poi la Juventus, dove arriva trentaquattrenne ma contribuisce in modo decisivo alla conquista di due scudetti. Chiude la carriera in Svizzera e anche qui, con la maglia del Chiasso, ha tempo di trascinare gli elvetici alla promozione nella massima serie.

Poi la tv e quelle sue telecronache che diventano da esportazione: anche i videogiochi calcistici riportano la sua voce nei commenti durante le partite virtuali. Quella sera a Wembley però era tutto vero: golaço, José!