Marco Simone è stato più o meno il primo idolo di chi scrive. Gol, senza chiedere. La sua, spesso era una sentenza. Il numero 23 del Milan, divenuto tale non appena furono liberalizzati i numeri di maglia, non aveva mai chiesto nulla, infatti. Forse non poteva farlo, avendo davanti a lui due o tre Mahatma: Gullit, Virdis e Sua Maestà Marcello da Utrecht. E allora si rendeva disponibile, come quella sera in cui c’era stato da battagliare contro il Malines: marzo ’90, e dopo novanta minuti ancora non se ne veniva fuori. Van Basten segnò l’1-0, sarebbe stato sufficiente per passare il turno, ma il Milan era in dieci (espulso Donadoni), e allora bisognava chiuderla. Con San Siro ridotto a un cantiere per l’ammodernamento in vista del Mondiale casalingo, fu Simone a battere Preud’Homme e a serrare la pratica.

Disciolto l’impero olandese,  Marco ebbe più spazio. Pareva un ragazzo come tanti: sempre sorridente, affabile, altruista. Nel 1995 a Vienna, finale di Champions League con l’Ajax di Litmanen, scende in camoo con un paio di scarpette bianche. Cosa c’è di male? Nulla. Ma a metà degli anni Novanta era inusuale vedere un calciatore in campo che non avesse scarpette nere.  Nell’estate di quell’anno arriva dall’Africa colui che sarà il primo pallone d’oro non europeo. Scarpette? Rosse. Ed ecco fatta la coppia-gol stravagante e implacabile: Weah e Simone portano l’affiatamento messo in piedi fuori dal campo, sul terreno di gioco. Marco lo ospita addirittura a casa nel suo primo periodo italiano, e in campo l’intesa è eccellente.

Una sera di settembre 1996 sono i mattatori di un 4-1 in Norvegia sul Rosenborg, prestazione rimasta scolpita seppur fosse solo una partita di qualificazione. Nel 1997 Marco saluta con una borsa piena di Coppe e scudetti, e va in Francia, prima al Psg (pagato 10 miliardi, un record per l’epoca, cifra che impallidisce a pensare al Pag di oggi) e poi al Monaco. Chiuderà nel Legnano, dove ritornerà in campo nel 2005 a 35 anni. Nel frattempo pero, un flash-back: la parabola del figliol prodigo ricorre spesso, è nel gennaio 2002 Simone è ancora al Milan e segna alla sua maniera in Coppa Italia alla Lazio con la maglia rossonera. Si leva un grido dalla Sud: “se c’è Marco Simone è gol”, quello che l’ha sempre accompagnato. Una sentenza. Saranno 75 in 260 gare ufficiali. Niente male per uno che ha studiato alla scuola Van Basten e non poteva lamentarsi di essere una riserva