Dieci miliardi e uno, dieci miliardi e due, dieci miliardi e tre… aggiudicato. Per la verità, in pochi potevano comprendere e competere l’uragano berlusconiano che si stava abbattendo sul calciomercato nazionale nelle due estati cruciali per la storia rossonera, quelle del 1986 e ’87. Roberto Donadoni dal bergamasco fu insieme a Massaro e a Giovanni Galli uno dei primi tasselli del Milan che dominerà negli anni a venire. Infaticabile punto di unione tra il centrocampo e l’attacco, Roberto ha interpretato il ruolo di ala e di trequartista all’occorrenza con una continuità e una applicazione esemplari. Cresciuto nel settore giovanile dell’Atalanta dove aveva poi esordito nel calcio dei grandi, pareva a un soffio dalla Juventus e invece imboccò la via di Milanello. E meno male: più di trecento partite in maglia rossonera, coppe e trionfi in serie e una grande notorietà internazionale. Donadoni aveva la capacità di accendere le luci a San Siro, come nella nota canzone di un noto interista, Roberto Vecchioni. Dotato di un ottimo tiro dalla distanza e di una visione di gioco da fuoriclasse, era inserito alla perfezione in quei meccanismi sacchiani che anche lui inizialmente faticava a comprendere e a digerire.

Stagioni da protagonista, esaltanti, sugli scudi: con una parentesi di paura fortunatamente scongiurata. Nel novembre del 1988 il Milan gioca a Belgrado il recupero del match di Coppa dei Campioni contro la Stella Rossa di Belgrado, interrotto il giorno precedente per la famosa nebbia. Donadoni, dopo un violento e fortuito scontro di gioco, si accascia a terra e perde i sensi. Qualcuno gli infilerà le dita in gola per scongiurare un soffocamento e dopo minuti di terrore, verrà trasportato in barella fuori dal campo e in ospedale per accertamenti. Che dramma quel quarto di finale: il Milan batterà la sfortuna e gli slavi ai calci di rigore veleggiando verso Barcellona. Nel 1996, il 28 aprile, celebra il suo ultimo successo: lo scudetto numero quindici. “Dire grazie a tutti è poco”. Saluterà e andrà negli Usa, paese di cui è appassionato e cultore, a giocare nei Metrostars di New York. Un anno dopo, Capello lo rivuole al capezzale di un Milan sfibrato da una stagione disastrosa conclusa al decimo posto e ulteriormente sconquassata dall’1-6 contro la Juventus e l’eliminazione in Champions League per mano del Rosenborg. Roberto obbedisce e torna, ma le minestre riscaldate non funzionano. Non segnerà alcuna rete nei due anni in cui rimarrà ancora in rossonero, vivendo da comprimario una stagione comunque vincente come quella dello scudetto targato Zaccheroni.

Ci si chiede perché ancora la sua carriera di allenatore non sia passata da Milano. Ci sarebbe spazio per un secondo ritorno, dopo quello da giocatore, ma come ebbe a dire pochi anni fa “Il Milan non mi ha ritenuto all’altezza”. Così, nel gennaio 2016, Donadoni alla guida del Bologna fa lo scherzetto dentro quello stadio al quale aveva acceso sempre le luci: i rossoblu vincono 1-0 in campionato. Sulla via Emilia aveva già insegnato buon calcio a Parma, prima del disastro finanziario che rovesciò i ducali nelle serie inferiori, e nel 2008 dovette arrendersi solo ai calci di rigore contro la Spagna, alla guida di una nazionale reduce dal Mondiale 2006 che stava per lasciare spazio a un quadriennio di dominio iberico. Le luci di San Siro sono lì che aspettano di essere riaccese, e il popolo milanista attende il bergamasco dai modi gentili e pacati che ha lasciato un segno indelebile nei loro cuori.