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FACCE DA SCHIAFFI

FACCE DA SCHIAFFI

Noi siamo quelli che, quando le cose vanno male, è sempre colpa di un altro. Nel calcio, poi, peggio. Diramazione della politica, specialità della casa italica, una bontà. Il giorno dopo l’umiliante eliminazione dalla fase finale di un Mondiale, seconda “prodezza” consecutiva, è peggio del giorno prima. Non soltanto brucia di più, le cose a freddo le rivisiti e ci resti male da impazzire, ma diventa patetico questo scaricabarile alla ricerca di un alibi continuo. Facce da schiaffi. Il presidente federale Gravina, che giovedì sera avrebbe dovuto rimettere il suo mandato senza se e senza ma, si è aggrappato alla poltrona secondo una caratteristica tutta italiana che diventa “legge” quando la carta d’identità avanza. L’età media dei dirigenti, lo dicono i numeri, è la più alta in Europa: attenzione, non ci riferiamo soltanto al calcio e allo sport, un classico senza limiti.

In fondo, noi siamo quelli che considerano giovanissimi e non pronti i ragazzi talentuosi di 20 o 21 anni. Mentre da altre parti, se davvero bravi, a 17 o 18 anni sono titolari fissi e nel giro di qualsiasi Nazionale. Facce da schiaffi. Per il superego, per tirare a campare, per mantenere il potere, eppure non c’è Onta che possa essere superiore a simile ambizione. Facce da schiaffi. Gravina parla di riforme quando le cose vanno male, troppo comodo. Dice che la Nazionale è vista come un fastidio, invece è molto più fastidioso il suo incrociare i pollici e ritardare una svolta con regole fisse, rigide, vere e moderne. Gravina si lamenta dei club che non lo aiutano come se per andare al Mondiale servisse la riforma. La riforma si fa per consentire a un movimento di crescere, mantenendo le promesse e con un programma vero, serio. Questo è un Paese che sistematicamente in Serie C perde club importanti a stagione in corso, Catania ultimo messaggio doloroso, eppure ci avevano detto che non sarebbe accaduto più. Parole al vento. Facce da schiaffi. E la riforma è come un figlio che tu fai crescere per tempo, coccolandolo e aiutandolo, piuttosto che prenderlo a 20 anni quando lui ha imboccato una strada diversa: non ha senso.

Noi siamo quelli che riempiamo le squadre Primavera di 12 o 15 stranieri, le basi non ci sono più, i cervelli stritolati spesso dal business. Facce da schiaffi. Ma siamo (sono) anche quelli che parlano della Superlega promettendo pene di tutti i tipi quando il palazzo sta bruciando e le fiamme sono arrivate talmente alte che hanno divorato qualsiasi cosa. Eppure il problema è rappresentato dalle sanzioni eventuali per chi aderisce alla Superlega, come a voler dire “hai visto, io sono lo Sceriffo?”. Incredibile…. Noi siamo quelli che non riescono a trovare un terzino sinistro nato a Cividale del Friuli, meglio aggrapparsi a Emerson Palmieri. Un centrocampista centrale da una vita, viva Jorginho. E per risolvere il problema del gol ecco Joao Pedro, con tutto il rispetto. La prossima volta Eder, anzi è già stato fatto. Una volta avevamo i terzini italiani di spessore, i centrocampisti di talento, gli attaccanti di valore. Ora importiamo, non ci sono cervelli, diversi allenatori vanno in C con lo sponsor, perdono e restano in sella, altrimenti lo sponsor si incazza. Oppure firmano per due o tre mesi, il Far West. Facce da schiaffi.

Il prossimo presidente federale (per noi, non si offenda Gravina, siamo già al successivo giro di carte: si alzi dal tavolo, per favore) deve firmare per sei mesi. Senza riforme, dopo sei mesi salta. Se dovessero essere tre piuttosto che sei, sarebbe meglio: accorciamo i tempi, ci hanno umiliato. Gravina, invece, come prima cosa dopo un’Onta incancellabile, ha pensato alla sua poltrona, l’ha foderata di seta e ne ha fatto un trofeo. Non abbiamo limiti.

Quanto a Mancini, capiamo e rispettiamo quelli che gli chiedono di restare e che non lo indicano come il principale colpevole. Ma non si può fare come Costacurta, che in diretta dopo l’Onta, ha parlato di buona prestazione contro la Macedonia del Nord, semplicemente “sono mancati i singoli”. Ma come si può? Noi comprendiamo che Costacurta, da buon commissario, abbia avallato Mancini, tuttavia confondere la seta con la lana non ha senso, la bassa bigiotteria con l’altissima gioielleria neanche. Abbiamo giocato una partita penosa – con i pannoloni per una paura fottuta – dopo mesi mediamente inguardabili. Il fantastico incantesimo dell’Europeo è finito, ci siamo divertiti e abbiamo goduto, ma è finito. Se uno ha fatto un’ottima intervista un anno fa e poi cinque strafalcioni di fila, l’ottima intervista non se lo ricorda nessuno, è cancellata dalla memoria, non conta più. Ora dobbiamo dire che va tutto bene anche quando siamo rovinati? Facce da schiaffi. Mancini non può parlare di sfortuna, la sua è stata una grande carriera, spesso ha avuto il vento a favore della critica, ma la sfortuna non c’entra quando ti prendono a calci e ti fanno nero nero dalla vergogna. Mancini non ha capito e neanche intuito che quel gruppo andava rinfrescato un minuto dopo Wembley, non c’è migliore cosa di una Rifondazione tecnica – pur parziale – dopo un trionfo. Con quel poco che c’era, senza i pistolotti (inutili) della riconoscenza. Ma cosa c’entra la riconoscenza con l’intuito-necessità di dover cambiare? Serviva quella minima Rifondazione, aspettando la famosa Riforma che Gravina promette ora che sa di avere il mondo contro. Nulla, il ct si è piantato nella sua gratitudine senza un perché. Mancini non ha bisogno di difensori o di censori, l’evidenza è sotto gli occhi di tutti. In passato, anni fa, un direttore (non sportivo o generale ma di un quotidiano) quando parlava di Ancelotti e Mancini li riteneva infallibili a prescindere, intoccabili come se avessero l’aureola o l’impermeabilità a qualsiasi tipo di critica, anche dopo sconfitte pesanti. Funziona così, questi siamo noi. Forse Mancini, rispetto a Gravina, non vede l’ora di scaraventarla dalla finestra quella poltrona dorata. Ma smettiamola di fare i tristi o i depressi per 48-72 ore e poi torniamo con il solito buffo e orribile cliché di promesse non mantenute. Come quando casca un ponte pericoloso da sempre, nessuno se ne occupa per anni, eppure i politici ci avevano garantito “lo metteremo a posto”. Dopo la tragedia, è tutto normale, superficiale, patetico, antico. Ma a cosa serve, facce da schiaffi? Come quando c’è un coro razzista e la solidarietà scatta per due ore, poi nessuna legge e nessun intervento. Noi saremmo per il commissariamento, almeno fino a quando non ci sarà chi metterà in bella copia – con i fatti – promesse spesso non mantenute che prendono per i fondelli la gente. Siamo fuori dal Mondo, per la seconda volta di fila, e ci raggirano con le parole. Dicono che siano sfortunati e che le riforme arriveranno, come quelli che aspettano a vita e muoiono per disperazione. La prossima volta state muti e rispettate chi non può scambiare un’alba luminosa con una notte insopportabile, tremenda. Non giocate più con le parole, risparmiate almeno chi è stanco di essere preso per i fondelli. E prendiamo le distanze da quelli che dicono “ma in estate eravate tutti sul carro…”: abbiamo bisogno di gente che capisca, lucidamente, non di superficiali in servizio permanente effettivo. Sono gli stessi che, ragionando così, rappresentano lo specchio di chi ci prende in giro, giocando con i sentimenti. Facce da schiaffi.

Foto: Twitter FIGC

L'articolo FACCE DA SCHIAFFI proviene da Alfredo Pedullà.

AlfredoPedulla.com

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