10 anni fa i rossoneri erano sul tetto del mondo: Kakà aveva appena vinto il pallone d'oro e il Milan avevo chiuso l'ennesimo ciclo vincente 2 dicembre 2007 e 3 dicembre 2017, dal paradiso all'inferno. Inferno dove i diavoli rossoneri dovrebbero regnare incontrastati e che invece non riescono ad uscirne. Riavvolgiamo il nastro: 3.654 giorni fa Kakà sollevava l'ultimo pallone d'oro rossonero e anche l'ultimo pallone d'oro non appartenuto al duo Messi e Cristiano Ronaldo. Poco dopo l'incoronazione il brasiliano insieme a tutta la squadra volò in Giappone, per giocare e soprattutto vincere il titolo Mondiale per club. Grazie al trionfo contro il Boca Juniors il club rossonero divenne ufficialmente il «club più titolato al mondo», la squadra con la bacheca più ricca di titoli internazionali, per la felicità di Galliani che non esitò a far stampare la celebre frase sulle maglie da gioco. Punto esclamativo dell'ennesimo ciclo vincente e che con un ricambio adeguato avrebbe aperto le porte ad altri anni d'oro. La storia è stata differente: un unico guizzo tricolore nel 2011, firmato in gran parte da Zlatan Ibrahimovic; ma al di là di qualche supercoppa italiana, la costante di questi dieci anni è l’abdicazione perpetua e persino ostinata da tutte le cariche detenute: non solo addio alle vittorie, ma soprattutto ai grandi giocatori, e con loro al bel gioco, e soprattutto alla capacità gestionale e tecnica, ai progetti a qualsiasi termine, alle idee, alla linearità nella scelta e nella fiducia agli allenatori, alla chiarezza. Tutti questi fattori hanno portato allo scempio rossonero visto ieri a Benevento. La zuccata decisiva di un portiere, al quinto di recupero, e il primo punto in Serie A di una formazione sempre perdente sono veramente il polo opposto, rispetto a quanto successo 10 anni fa. L'amarezza che muta  in depressione calcistica perchè mentre senti il tuo allenatore affermare che avrebbe preferito una coltellata a un risultato simile, i tuoi cugini interisti a Milano si prendono la testa della classifica grazie ad una roboante cinquina al povero Chievo.
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