É stata come una di quelle donne con cui litighi spesso ma che ami alla follia e sai che non potrai mai farne a meno. É stato spesso genio e tante volte sregolatezza, è stata croce ma anche tanta delizia. Non aveva la glacialità del nord, non aveva il futbol bailado brasiliano e nemmeno la stazza dell’anglosassone. Dejan Savicevic è montenegrino, giocava nella Stella Rossa e per poco non fu quello che fece saltare per aria il Milan sacchiano prima ancora che prendesse forma. Sì, perché se non fosse stato per il nebbione fantozziano del novembre 1988, il suo gol segnato al Marakanà nel ritorno degli ottavi di finale di Coppa dei Campioni, sarebbe probabilmente valso il passaggio del turno per gli slavi. Con tanti saluti ai novantamila di Barcellona, alla finale con lo Steaua, alla gloria e a tutto il resto.  E invece gli Dei del calcio ne avevano già previsto una parabola milanista, per cui versarono come il latte quella nebbia dentro lo stadio e la partita fu sospesa e poi ripetuta. Vinse il Milan, ai rigori.

Muscoli di seta e dribbling funambolico: sono queste le due peculiarità di un dinoccolato fantasista che ubriacava gli avversari uscendo da situazioni impossibili quando essi gli si appiccicavano addosso. Provare per credere: con i potenti mezzi tecnologici odierni, andate a rivedere l’assist a Roberto Baggio nel 1996 durante un Milan-Parma, ma non insistete a capire come il “Genio” riuscì a dribblare Fernando Couto e Apolloni: non ci riuscirete. Impossibile trovargli ruolo e collocazione: fantasista è un significato ampio. Poteva fare il trequartista, la punta, l’esterno. Per la folla era sufficiente essere deliziati dalle prodezze di questo anarchico del pallone, indipendentemente dal ruolo. Aveva esordito negli slavi del Buducnost e poi era approdato a Belgrado. Aveva avuto di che consolarsi da quella romanzesca eliminazione del 1988: due anni dopo, mentre il Milan affondava tra le luci di Marsiglia, lui vinceva la Coppa proprio contro i francesi ai calci di rigore nella finale disputata al San Nicola di Bari: segno che l’Italia era ormai vicinissima.

Che armata quella Stella Rossa: tre campionati consecutivi, una coppa jugoslava e anche l’Intercontinentale, giusto dopo la razzia di Sacchi del biennio 1988-89 e 1989-90. Viaggiano di pari passo Dejan e il Milan, due alchimie vincenti che inevitabilmente si incontrano nel 1992: per dieci miliardi di lire Fabio Capello si mette in casa il gioiellino. Poco incline alla diplomazia con molti giocatori, figuriamoci con quelli di classe, Don Fabio porta Savicevic spesso in panchina o lo sostituisce di frequente: il nostro non gradisce. Eppure, una sera di primavera del 1994 tira fuori il coniglio dal cilindro: Nadal, non il tennista ma il difensore del Barcellona già sotto due a zero in una serata da tragedia greca e non solo perché si gioca ad Atene, perde un pallone sulla linea laterale e lo scaltro montenegrino è lesto ad approfittarne. Si avvierà verso la porta, pensano in molti. No: calcia una palombella direttamente in porta che inguaia il nostalgico Zubizarreta. Grazie anche a questa perla, uno dei più bei gol mai visti in una finale di Coppa dei Campioni, il Milan travolge quattro a zero i catalani e conquista la quinta.

A volte svogliato e incostante, Savicevic era poi capace di fare ciò che voleva per novanta minuti come quella sera, in cui fu autentico mattatore. Non altrettanto si potrà dire un anno più tardi: trascinatore nelle semifinali contro il Paris Saint-Germain, porta di nuovo il Milan in finale. A Vienna, il 24 maggio, c’è l’Ajax di Rijkaard e Seedorf: il martedì, alla vigilia dell’incontro, in allenamento, un muscolo si stira e Dejan deve dare forfait. I lanceri ringraziano e vincono a cinque minuti dalla fine. Ecco i muscoli di seta, ecco la croce e la delizia: con Savicevic in campo e nello stato di grazia di quel periodo, forse sarebbe andata diversamente.

E proprio a Vienna vive l’ultimo scorcio di calcio giocato. Nel 1998 lascia i rossoneri per il Rapid e va poi a rivestire una preziosa carica una volta appesi gli scarpini al chiodo: è l’attuale presidente della federazione calcistica del Montenegro. Inutile che indugiate ancora su quel dribbling inflitto a Couto e ad Apolloni: era Dejan Savicevic, era “Il Genio”, e come ci riusciva lo sapeva soltanto lui.