E dopo i primi tre pionieristici campionati, del tutto riconosciuti come “scudetti”, di inizio secolo, arriva il buio. Per rivedere il tricolore cucito sulle maglie del Milan, bisognerà attendere la stagione 1950-51. Liedholm, Nordhal, Lorenzo Buffon, certo, la squadra di Lajos Czeizler aveva campioni invidiabili. Ma c’era un giocatore, piazzato fisicamente, dal faccione quadrato e dal grande temperamento, che stazionava a centrocampo. Faceva il centromediano metodista, un Albertini ante-litteram, per non scomodare sua maestà Andrea Pirlo. Quel centromediano invece faceva Omero di nome e Tognon di cognome, e se si fa eccezione per un paio di annetti al Pordenone a fine carriera, ha vestito solo una maglia: quella rossonera. Nato il 3 marzo del 1924 a Padova, fa il suo esordio al Milan il 14 ottobre del 1945. Non è un debutto banale: l’avversario è il Genoa, nella prima di campionato post-conflitto mondiale, e la vita in fondo ricomincia anche da un calcio di rigore. Quello che Tognon si incarica di battere, sbagliandolo. I rossoblu passano 1-0, ma sarà uno dei rari passaggi a vuoto del giocatore veneto.

Il Milan degli anni Quaranta è povero di successi, come detto, ma il poeta Omero è sempre là, fiero e impettito a condurre i suoi. Di quel rigore sbagliato si rifarà un anno e mezzo dopo, segnando una rete al Genoa in un 4-1 casalingo. Non aveva il vizio del gol Tognon, ma oltre ai rossoblu castigò nientemeno che i nerazzurri in un derby finito 2-2. All’alba del nuovo decennio arrivano dal profondo Nord gli svedesi, e Tognon si fa prendere per mano verso lo scudetto che interrompe un digiuno di quarantaquattro anni. Oltre al tricolore, arriva anche la Coppa Latina e nel 1955 un altro scudetto, nella stagione in cui fanno il loro esordio Schiaffino e Cesare Maldini, seppur Tognon non abbia sentito completamente suo quest’ultimo titolo, a causa di un grave infortunio che gli impedì di scendere in campo quella stagione.

Omero Tognon è stato un simbolo del Milan per undici anni, fino al 1956, quando lasciò per accasarsi, come detto, al Pordenone, dopo 342 partite ufficiali con i rossoneri. Da notare come, in tutta la sua militanza a Milano si sia distinto per la grande correttezza e per non aver mai ricevuto un cartellino. Scompare nel 1990, proprio mentre si occupa delle giovanili dopo aver intrapreso la carriera di allenatore nelle serie minori (allena Arezzo, Verona e Ravenna su tutte) e nel 2009 il Milan Club Fontanafredda (città in cui era arrivato dopo aver chiuso la carriera di calciatore), in collaborazione con il Milan, ha intitolato a Omero il campo della propria società.